I dialetti d’Italia furono il risultato dell’evoluzione spontanea delle varianti regionali (volgari) del latino. Non dimentichiamo, infatti, che l’Italia prima della conquista romana era abitata da numerosi popoli, il cui stanziamento corrispondeva grosso modo alle attuali regioni. Il dialetto romagnolo appartiene alla famiglia delle lingue gallo-italiche, che l’accomuna all’emiliano e alla maggior parte dei dialetti settentrionali. E’ a tutti gli effetti una lingua con pari dignità rispetto all’italiano, derivato da un altro dialetto: quello toscano. Oggi appartiene all’area linguistica del dialetto romagnolo circa un milione di persone. Tale area comprende sia la Romagna in senso stretto (la porzione romagnola della regione Emilia-Romagna), sia il territorio della repubblica di San Marino. Essa si estende in parte ad altre quattro aree di confine: a sud la zona marchigiana con Pesaro-Urbino (Montefeltro), a sud-ovest la cosiddetta Romagna toscana (provincia di Firenze: Marradi, Palazzuolo) e a est, verso l’Emilia, la zona di Bologna-Castel San pietro (il fiume Sillaro fa da confine, includendo Imola e Dozza), e infine il ferrarese (confine: Reno). Una curiosità: la variabilità territoriale del dialetto è molto alta. Un tempo, infatti, la popolazione si spostava poco. Così non solo i dialetti di Ravenna, Rimini o Forlì-Cesena presentano differenze, ma ci sono variazioni anche tra località e paesi poco distanti tra loro. Le particolarità linguistiche del dialetto romagnolo, rispetto all’emiliano, derivano dalle sue vicende storico-culturali: l’influenza della lingua bizantina, germanica (gli Ostrogoti di cui Ravenna fu capitale), e celtica (i celti erano stanziati a nord degli appennini).

Mini-dizionario romagnolo
Nota: ci scuseranno i puristi, ma i termini dialettali cambiano da zona a zona e  la loro grafia vuole qui essere solo esemplificativa.

Azdòra è la massaia addetta al governo della casa (la reggitrice). Azdor è l’uomo che si occupa del lavoro agricolo.
Bicir è il bicchiere, preferibilmente di vino e non di acqua
, bei è il bere per antonomasia: il vino Sangiovese
Baghén: il maiale, l’insostituibile fonte dei salumi per la casa contadina
Bes-cia: l’altro animale fondamentale della tradizione e cioè il bove per arare, la “bestia” per definizione
Bresa: la brace sui cui cuocere i cibi in graticola
Ciutur è il tappo della bottiglia (di vino)
Cuadrét : un quarto di piadina (il disco viene diviso in quattro)
Curtel è il coltello
Cuséna è la cucina.
Cuga: la cuoca
Faréna: farina
Furmài: formaggio, ad esempio squaquerone.
Furzéna: forchetta
Gardela: graticola
Impast, l’impasto, della piadina o anche delle tagliatelle, che viene steso a mattarello
Pida: piadina
Pèn: pane
Papardèli: pappardelle
Pasadén: passatelli
Parsot: prosciutto
Strozaprit: strozzapreti
S-ciadur: mattarello per stendere l’impasto
Sfoja: l’impasto per la pasta, che viene steso a mattarello
Taiulén: tagliolini
Tajadèli: tagliatelle
Pasaden: passatelli
Salam: salame
Tégia: teglia su cui cuocere la piadina (testo).
Tulìr: tagliere su cui impastare e stendere la sfoglia.
Ven: vino Sangiovese, Albana, ecc.
Zambèla: ciambella

Le invettive romagnole sono quasi intraducibili, perché il tono (serio o scherzoso) ed il contesto ne decidono il senso
Pataca: scemo, esagerato
Sburon: sbruffone, esagerato
Imbazel: imbecille
Inciciuì, invurnì: stupido, invornito, addormentato
Valà: ma va là, ma cosa dici … (sia in senso di stupore e di incredulità che per voglia di sminuire ironicamente)
Cutavnes… (un’azident, un colp): “che ti venisse un accidente, un colpo” – il tono decide del senso di questa espressione, se amichevole è benevolo, come un saluto tra amici, se no si passa al seguente
Cujavnes… (un’azident, un colp) “che gli venisse un accidente, un colpo”